CREMAZIONE
Introduzione
Il tema della morte ha un ruolo centrale nella cultura occidentale. Oggi prevale un atteggiamento teso a non farsi condizionare e tantomeno impaurire da essa. Ciò ha portato “l’uomo moderno” a una certa indifferenza verso questo argomento, senza però farlo rinunciare del tutto alla dialettica tra vita e morte che ossessionava i nostri antenati.
E’ difficile parlare della fine di un essere umano con serenità e distacco. Generalmente quando ci confrontiamo con l’idea dell’ultimo atto della nostra vita, ci riferiamo al concetto di “Morte pensata”; quella “vissuta”, infatti, (intesa come l’attimo prima di perire o l’addio a parenti ed amici), comporta processi mentali completamente differenti e spesso contraddittori rispetto a quelle che possono essere le nostre idee. Se ne può dedurre, quindi, che “fanno parte della <<morte pensata>> tutte quelle speculazioni che vanno dal religioso al filosofico, allo scientifico e toccano le grandi tematiche del corpo, dell’anima, della loro origine e fine, della vita dopo la morte, dell’aldilà”.
Immaginare la propria fine, però, significa anche costruirsi uno scenario che contenga i luoghi e i modi per raccogliere i resti. Come in ogni sua azione, l’uomo ha bisogno anche nella morte di una ritualità. E’ proprio da qui che muoveremo i primi passi del nostro discorso, che si promette di ripercorrere a grandi linee le tappe che hanno portato al concetto moderno di cremazione, analizzandone le motivazioni passate e presenti che hanno contrapposto il mondo laico a quello cattolico.
L’idea della morte
La meditatio mortis è l’esercizio spirituale di esorcismo della paura della morte. Paura del tutto ingiustificata secondo la tesi epicureo-lucreziana che afferma l’inesistenza dell’evento del proprio decesso. Quando siamo in vita, sostiene il filosofo greco, non c’è la morte e viceversa, quindi non bisogna temerla perché non esiste.
Questa concezione viene ripresa durante l’Illuminismo. Molti pensatori di quest’epoca affermano che il corpo è un insieme di cellule che con la morte si separano. A sostegno di queste tesi vengono le teorie del fisico Lavoisier il quale asseriva che nella materia nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. Quindi “morire è cambiare forma” Sempre nel 1700, però, prende campo una metafora tesa a rendere più dolce l’idea del decesso: la morte come sonno eterno; la tesi epicurea, dunque, resta appannaggio del mondo intellettuale.
Il terrore della dipartita finale è vinto anche nella religione cristiana: Gesù risorgendo ha sconfitto la morte. La promessa di una vita ultraterrena risponde alle sempre più pressanti domande che l’uomo si faceva sull’aldilà. Nel mondo occidentale, infatti, gli Dei greci dei vivi soggiornavano sull’Olimpo, lontani dai loro “colleghi” che si occupavano delle anime, abitando nell’Ade. L’iconografia romana, ricalcata su quella ellenica, manteneva la stessa distinzione. Anche gli Ebrei, inizialmente consideravano JHWH come Dio dei vivi e non dei morti. Con il Cristianesimo la morte diventa un passaggio ad una vita migliore, che ci si guadagna con il comportamento tenuto durante quella terrena.
Ma anche nell’idea più strettamente materialistica propria del ‘700 trova ampio spazio la memoria. Il defunto deve essere compianto e ricordato dai posteri e, per far ciò, devono essere predisposte apposite strutture che lo consentano. Il giudizio dei discendenti diventa una vera e propria ragione di vita, un monito (come il Dio cristiano) alla rettitudine.
Se l’Illuminismo nega l’esistenza dell’anima, la Chiesa cattolica la riafferma con forza, abbandonando, proprio nel XVIII secolo, l’idea del trapasso propria del medioevo e negando che la morte costituisca il momento in cui l’anima lascia il corpo.
Arriviamo quindi al XIX secolo in cui, alla concezione cattolica, si contrappone quella massonica della morte come forma del divenire, dove la materia deve essere consumata velocemente per consentirne un più rapido reinserimento nell’Essere Supremo.